Internet come lo Yogurt

Joy Marino

Versione estesa [settembre 2006] dell' articolo originale pubblicato su ZeroUno il 22/06/2006

  • Se mi è consentito, vorrei iniziare con una barzelletta. È una vecchia storiella, dei tempi di Gino Bramieri e Walter Chiari, e racconta di quel cartolaio pignolo che alla richiesta del cliente di comprare della carta da lettere ribatteva, "Ma per farci che cosa? Come deve essere, grande, piccola, a fiori, liscia, ruvida, etc. etc." Poi entra un altro cliente con in spalle un WC, e qui mi vorrei fermare perché si vira verso lo scurrile...
  • La storiella potrebbe essere inquadrata nelle patologie della Customer Satisfaction, con un fornitore che arriva al parossismo (ed i suoi clienti altrettanto). A me invece fa venire in mente un'interferenza nella libertà del cliente: se io compro della carta da lettere sono fatti miei quello che ci faccio, e non sarà il cartolaio a decidere che cosa posso o non posso scrivere, o quale supporto usare per una lettera d'amore o un "pizzino" alla Provenzano.
  • Alcuni fornitori, specie nei servizi, hanno invece questo atteggiamento protezionistico dei propri servizi e paternalistico nei confronti del proprio cliente. Li chiamerei i Fornitori Pignoli.
  • Vorrei ricordare un esempio che risale agli albori dell'Internet italiana. Lo chiamerei lo "Unbundling de' noantri", perché si trattava di uno dei primi utilizzi dei doppini di rame per trasmissione dati ad alta velocità per mezzo di modem molto simili a quelli dell'attuale xDSL, ed anche perché l'iniziativa che nacque da alcuni ISP romani, anche se fu poi replicata con più o meno successo in altre città italiane. In pratica consisteva nell'affittare da Telecom Italia alcune coppie di doppini per collegare sedi che facessero capo a centrali telefoniche contigue; ai doppini in rame venivano collegati modem che consentivano collegamenti per trasmissione dati a velocità anche di 2 Mbps. Perché tutto funzionasse era però necessario che ci fosse "continuità galvanica" tra le due terminazioni. E qui cominciava il ritornello del Fornitore Pignolo, come nella barzelletta: "Ma per farci che cosa?"
  • Si trattava di uno dei servizi offerti dall'operatore - da poco ex-monopolista - di sua libera iniziativa (tra l'altro non era nemmeno tra i servizi obbligatori in forza di legge) e per di più le apparecchiature utilizzate erano omologate da qualche parte nel mondo (anche se non ancora in Italia, ad onor del vero), per cui l'utilizzo non creava interferenze, eppure il fornitore si sentiva autorizzato a sindacare quale uso fosse ammissibile e quale no. Anche se quei doppini "in continuità galvanica" erano stati pensati per la remotizzazione dei teleallarmi, il prezzo fissato per il servizio era comunque adeguato a coprire i costi (lo era, a poche centinaia di all'anno, quando un collegamento di trasmissione dati costava oltre 15'000 ) non avrebbero dovuto esserci altri impedimenti.
  • A parte gli adempimenti normativi e regolatori che sarebbero arrivati in seguito con l'Unbundling "vero", l'unica obiezione che il fornitore poteva sollevare era che un tale servizio andava in competizione con la sua offerta di servizi di trasmissione dati, cioè si trattava di un caso di protezione del proprio mercato, che potrei parafrasare così: "poiché io, operatore telefonico, ho fatto [anni fa] le mie scelte di tecnologia [sbagliata o obsoleta] ed ho fatto i miei investimenti [costosi], i miei prodotti [troppo cari] non devono subire la concorrenza di nuove tecnologie o di diversi modelli di business che si avvalgano di altri miei prodotti [poco costosi, ormai commoditizzati]". E questo a prescindere da qualsiasi considerazione sui margini e sui profitti (sempre doverosi e sempre necessari).
  • Veniamo ad Internet. La sua offerta si basa su pochi ingredienti ben definiti:
    • i) Best Effort nell'universalità ("reach"),
    • ii) Best Effort nelle prestazioni,
    • iii) prezzo indipendente dalla distanza.

    "Take it or leave it": che piaccia o non piaccia, questi sono i capisaldi intorno a cui un giocattolo che alcuni ricercatori sono riusciti a propagandare come "la rete che resisterà al First Strike dell'Impero del Male" (riuscendo a scucire una modesta ma continuativa quantità di risorse per innumerevoli anni al DoD americano) è diventata "la Rete" , il supporto virtuale su cui una grande quantità di attività (profit e non profit) si basano. Altre soluzioni erano possibili, altre reti ci sono state prima o durante la crescita di Internet. Io non credo che si siano estinte per demeriti tecnici, quanto per inadeguatezza del modello di business, quantomeno in confronto alla semplicità disarmante di quello di Internet.

  • Attenzione che "best effort" (BE) non è un accidente casuale, né un eufemismo per dire 'io non ti garantisco proprio nulla', è un elemento ineliminabile del Internet Protocol (IP). Il Service Provider ("ISP") prende impegno con il proprio cliente di consentirgli di raggiungere qualsiasi nodo della rete, facendo "del suo meglio". Ciò non significa che ci sia sempre la garanzia di poter raggiungere tutti i nodi della rete, perché possono insorgere impedimenti temporanei che tagliano fuori qualche nodo (e che non possono essere imputati al ISP fornitore dell'accesso), ma qualunque impedimento sistematico violerebbe il principio del BE, così come qualsiasi preclusione ai futuri nodi della rete (quelli che non esistevano al momento della sottoscrizione del contratto tra ISP e cliente) che - assieme ai futuri servizi - costituiscono il valore aggiunto di Internet, il suo essere "a prova di futuro".
  • BE nelle prestazioni implica semplicemente che nessuna applicazione o servizio può assumere una comunicazione ideale, priva di errore, e pertanto predispone le misure correttive necessarie per garantire flussi di informazioni affidabili anche in presenza di perdita di pacchetti di dati; la rimozione del vincolo della trasmissione senza perdite consente infatti al protocollo IP una grande libertà di realizzazioni pratiche, che si traduce in maggiore velocità a minor costo (per tutti) e nella grandissima varietà di velocità di trasmissione sostenibili (da qualche kbit/sec fino a oltre 10 Gbit/sec, sono più di 6 ordini di grandezza!).
  • Il prezzo indipendente dalla distanza è una scelta inevitabile (data la promiscuità del traffico una scelta diversa avrebbe implicato costruire sistemi di contabilità che tracciassero ogni singolo pacchetto dati trasportato!) La sua arbitrarietà non è poi peggiore di altri schemi con cui siamo abituati a convivere, come la fatturazione al chiamante delle telefonate al cellulare o le tariffe di roaming per le telefonate ricevute all'estero. Resta il fatto che il modello di business in cui il cliente assume i costi dell'accesso fino al punto di interconnessione tra ISP ha funzionato, anche grazie ad un regime di prezzi sempre decrescenti.
  • In termini di offerta al cliente, fintantoché l'offerta abbia le caratteristiche sopra indicate, e, conseguenza non ovvia che è bene sottolineare, l'accesso sia libero da vincoli rispetto a qualunque uso e punto di terminazione, presente e futuro, rientra in un libero mercato di domanda ed offerta, e la paranoia del Fornitore Pignolo "Ma per che cosa la usa?" non si pone proprio.
  • Internet dovrebbe davvero essere come lo Yogurt: se è fatto solo con latte vaccino, con quel tot di milioni di Lattobacilli, allora si può chiamare "yogurt" (così indica la legge) e la mia scelta di consumatore sugli scaffali del supermercato può basarsi sul prezzo o sui gusti personali, ma le caratteristiche organolettiche del prodotto sono garantite da quell'unico nome: Yogurt. O Internet.
  • Entra la televisione. O meglio: il multimedia coniugato con Internet. "Ce n'era proprio bisogno?" come recitava tempo fa proprio la pubblicità di uno yogurt. Ora, in qualche caso l'estensione nel mondo dei media è l'occasione per contrabbandare una azienda di servizi telefonici come un'azienda multimediale (alla ricerca di moltiplicatori più alti nella valutazione finanziaria, così come nel mondo pre-bolla di Internet il telefonista andava in cerca dei moltiplicatori P/E delle Internet companies); ma anche volendo avallare il principio che di rete ce ne deve essere una sola, e che quindi che tutte le forme di comunicazione devono convergere verso IP, un paio di osservazioni sono doverose.
  • Multicast vs unicast. Si narra che Bell pensasse alla "filodiffusione" come alla killer application rispetto all'uso dei doppini in rame per la telefonia, ma è indubbio che il meccanismo intrinseco del Internet Protocol sia uno-a-uno. Gli stessi principi di comunicazione non affidabile e ritrasmissione in caso di errore sono intrinsecamente legati alla comunicazione "unicast". Le comunicazioni uno-a-molti, che pure sono possibili e previste dal protocollo e dagli schemi di indirizzamento, nascono in un secondo tempo. Per questo sono basate su meccanismi di distribuzione tutt'altro che lineari, con un ruolo importante per l'intervento del tecnico che configura la rete. Anche a livello di interconnessione tra le reti, sebbene non ci siano problemi tecnici insormontabili, il funzionamento del multicast richiede la collaborazione continuativa degli operatori partecipanti, con un onere di gestione ben più pesante del normale peering tra reti IP per il traffico unicast.
  • Le infrastrutture per il multimedia. All'atto pratico, qualsiasi offerta di distribuzione di contenuti multimediali via IP dovrà avvalersi di un ben equilibrato mix tra i servizi che viaggiano in multicast (tutti gli eventi in tempo reale, i canali TV generalisti, certi contenuti premium) ed i servizi distribuiti in unicast (tipicamente i contenuti fruibili in differita o "on demand" in genere). Il collo di bottiglia del sistema di distribuzione non sarà più l'ultimo miglio, quanto piuttosto i nodi di distribuzione (ad esempio le reti metropolitane in fibra ottica oppure i server di contenuti multimediali distribuiti strategicamente nella rete del singolo operatore|). A rigori nulla vieta che un operatore scelga un protocollo di rete di sua scelta, magari uno progettato ad hoc per la distribuzione dei contenuti, e provveda quindi a realizzare la sua offerta, facendo gli investimenti necessari e proteggendo in termini "proprietari" l'offerta al pubblico. Non ci sarebbe nulla da eccepire, così come quando c'era un'offerta di servizi di networking basati su ATM ogni operatore poteva modulare la propria offerta di reti private. Oppure, tirando la metafora come un elastico, come certe creme a base di latte, che fanno mostra di sé sugli scaffali dei supermercati, fianco a fianco al settore yogurt, e che sono sicuramente più attraenti per il palato di certi bambini viziati, ma che nessuno si può permettere di chiamare "yogurt".
  • Ma se l'offerta si basa sui protocolli IP e si vuol far riferimento ad Internet, allora non si può parlare di IPTV, di contenuti multimediali ed al contempo sostenere che l'offerta si completa con "un po'" di Internet. Si finisce facilmente con il proporre un prodotto adulterato, con tali e tante limitazioni che ben difficilmente potrebbe essere etichettato "Internet". In questo modo è più facile far valere il pregiudizio del Fornitore Pignolo: imponendo quante più restrizioni è possibile, il fornitore si cautela che il suo cliente non potrà utilizzare la rete in modo non pre-ordinati, e dovrà quindi sottostare sempre allo schema d'offerta costruito a tavolino, con la redditività, i tempi di ritorno sugli investimenti, etc, che il Fornitore Pignolo ha ipotizzato al momento di iniziare la sua impresa. In pratica, sarebbe un modello opposto a quello su cui si è basata Internet, ed un serio ostacolo alla possibilità che diversi modelli di business possa svilupparsi ed entrare in competizione. Di fatto, le scelte di uno (o di pochi) sarebbero imposte a tutti; ci sarebbe da augurarsi che siano scelte illuminate, perché sarebbero comunque scelte irreversibili (almeno a livello di sistema paese). Purtroppo la storia passata, fatta di reti "intelligenti" che si sono dimostrate tecnicamente e strategicamente inadeguate rispetto alla rete "stupida" Internet fanno seriamente dubitare che questo si verifichi.
  • La Qualità del servizio (QoS). Ai prossimi Mondiali di calcio, l'urlo di gioia del tifoso che vede un goal della nazionale italiana sulla televisione analogica anticiperà di almeno 3 secondi quello del tifoso che segue la TV via satellite. E non ci sarebbe niente di strano se il tifoso che seguisse lo stesso evento via IPTV dovesse aspettare anche 5 o 10 secondi per lanciare il suo urlo. Si osservi che basta solo l'introduzione di questo ritardo (di "bufferizzazione") ed opportune tecniche software di correzione d'errore, per garantire una ricezione di qualità adeguata anche con reti BE.
  • Per la ricezione di contenuti multimediali non immediati, poi, c'è chi sostiene che gli attuali trend di crescita sia dei costi delle memorie sia delle velocità delle connessioni ADSL favoriranno sempre più l'adozione del modello del "File Transfer faster than Real Time", il trasferimento di files a velocità superiore al tempo reale. E il combinato effetto di rete BE e "faster-then-RT" sarà con ogni probabilità più efficiente nella distribuzione di contenuti on-demand di qualunque schema che richieda un controllo rigoroso della qualità di servizio. Ancora una volta, la "rete stupida" si dimostrerà più adatta delle reti intelligenti per un'ampia latitudine di servizi.
  • Tutto questo non significa che non ci sia un'esigenza di servizi dotati di QoS. Solo che questi non sono strettamente necessari per la distribuzione di contenuti (a basso valore aggiunto) all'interno della rete del singolo operatore, mentre sarebbero estremamente utili per veicolare servizi ad alto valore aggiunto attraverso l'interconnessione tra le reti di tanti operatori.
  • Esemplificando, perché imporre servizi basati su QoS per distribuire contenuti simil-televisivi, quando i costi della distribuzione broadcast analogica sono di pochi centesimi, e non cercare di realizzare un servizio di "rete privata virtuale" sopra Internet, venendo incontro alle esigenze di tantissimi utenti professionali che sarebbero disposti a pagare per un servizio premium. La cosa è realizzabile, non ci sono difficoltà tecniche insormontabili; gli ostacoli sono, invece, sul piano strategico, perché ogni operatore, specie se in posizione dominante, ritiene che i suoi investimenti siano meglio protetti se il cliente ha un ventaglio di scelte molto limitato e se vengono alzate barriere alla concorrenza.

Visioni
Pericolose
cctld.it
Sociologia